Pol

Conobbi Pol al Restoru di rue Dauphine. Era un inserviente alla mensa universitaria e ogni tanto faceva cassa. Giorno dopo giorno, vassoio dopo vassoio iniziammo a trasformare l’indifferenza in sorrisi reciproci e piccoli dialoghi, appena uno scambio di battute.

Lo trovavo bellissimo. Era alto, imponente senza essere massiccio, aveva i capelli rasati da un lato e lunghi dall’altro lato della riga. Erano lucidi, castani con un riflesso naturale che virava al rosso. Il suo viso sembrava un perfetto gioco di contrasti. La fronte spaziosa, le sopracciglia folte e gli occhi incassati di un colore che ricordava le prime castagne della stagione. A seconda di come muovesse le sopracciglia lo sguardo poteva incutere paura o scatenare un istinto di protezione nei suoi confronti tanto potevano essere disarmanti e persi. Il naso dritto, importante, la bocca piccola con le labbra rosa ed un impercettibile fossetta nel centro del mento. Le guance, perfettamente rasate, erano lisce, elastiche, la carnagione chiara come quella delle pesche di vigna.

Un giorno lo osservai attentamente. Indossava una polo blu e un paio di jeans. Le spalle e la schiena erano un esempio di perfezione anatomica, la vita si stringeva per permettere al più bel sedere mai visto di sporgere come il trampolino olimpionico di Grenoble e continuare  come un pallone da rugby sino alle gambe, lunghe e dritte. A parte il fisico era il suo sguardo così mobile che poteva passare da:- Sono il padrone del mondo e sto tramando per conquistarlo – al : -sono un cucciolo di foca e mi sono perso nella banchisa- a renderlo dannatamente interessante.

Dopo alcuni mesi iniziammo a chiacchierare un pò di più, a volte, se arrivavo tardi, si sedeva al mio tavolo e parlava con me prima di ritirare i carrelli coi vassoi sporchi. Mi consigliò di non prendere mai hamburger e polpette  e di preferire la zuppa di cipolle o quella di patate.  

Un giorno mi chiese di uscire per una birra insieme:

-Vieni sempre qui da solo, sembri un tipo solitario, verresti a bere un birra una sera? Io mi sono trasferito qui da pochi mesi e non conosco molte persone a parte qualche collega qui del Restoru-

– Volentieri- risposi

– Ti andrebbe bene domani sera, io finisco il turno alle 21. Potresti venire a mangiare ed aspettarmi. Tu non sei mai venuto la sera qui? Di giorno è meglio ma se vuoi…-

-D’accordo, vengo a mangiare la crème caramel e ti aspetto-

Al mio cenno d’assenso mi regalò un sorriso dei suoi più belli, da far sciogliere il cuore. Uscì dal locale eccitato come un bambino alla sua prima gita scolastica.

Pol aveva ragione la quell’ora il Restoru era frequentato da clochard, donne sole dai visi segnati, pochissimi gli studenti.

-La sera siamo un pò mensa dei poveri, sai, aspettami fuori esco tra 5 minuti- mi disse ritirando l’ultimo carrello della serata.

Andammo a bere poco lontano, in place de l’Odéon e lì seduti ad un tavolino vicino alla vetrata che dava sul teatro ci raccontammo le nostre vite.   

Pol veniva da Roscoff, un paesino di pescatori sul canale della Manica in Bretagna. Non aveva mai avuto molta voglia di studiare e appena diplomato era venuto a Parigi, anzi a Kremlin-Bicetre, presso un cugino che aveva un garage-officina. Nei primi mesi aveva dato una mano lì al garage, lavava le auto, aiutava in officina ma non era il suo lavoro, non capiva nulla di auto e  rincasare la sera con le unghie nere e la tuta sporca non era quello che aveva sognato di fare a Parigi. Un giorno aveva trovato un annuncio e si era presentato al Restoru dove l’avevano subito preso. Era ancora in ottimi rapporti col cugino ma aveva trovato una stanza in un appartamento in condivisione nel XIX arrondissement.

– Che combinazione- dissi io sorpreso- anche io vivo nel XIX, vedi la vita, che buffa!- Lo dissi apposta esagerando un pò i toni per studiare la sua reazione. Era piacevole chiacchierare con lui. Gettò l’amo chiedendomi che locali frequentassi, io fui sincero. Esco poco la sera, di solito studio, ho qualche amico ma ci si vede sporadicamente, sono un tipo solitario, come dici tu, mi è capitato di andare al Quartz, non so se lo conosci, fanno dei  cocktail buonissimi- 

-Non sono mai stato ma mi piacerebbe andarci,non ho vestiti firmati, non so se mi lascerebbero entrare- mi disse sorridendo, facendo quello sguardo tra il maschio alfa e la preda perfetta. Eravamo alla terza birra. 

Mi mise una mano sulla coscia e la ritrasse immediatamente, scusandosi. Lo tranquillizzai :

– Non ti preoccupare, mi piaci e mi piacerebbe passare il resto della notte con te-

-Possiamo andare da te? Chiacchieriamo. Solo, se vuoi, sai non è da molto che … me ne sono andato da Roscoff per poter vivere serenamente…-  disse

 – Non c’è nessun problema, rilassati, chi può resistere al tuo sguardo magnetico, mi hai già conquistato- specificai sorridendo e lui di rimando mi regalò la magnum dei suoi sorrisi da fochina sperduta.

Usciti dal locale prendemmo il metro, non parlammo molto durante il tragitto, mentre stavamo raggiungendo casa mi offrì una sigaretta. 

-Fumi ?- mi chiese. 

– A volte -risposi

 -Io  quando sono nervoso. E adesso lo sono!-

Salimmo in fretta le scale e, appena aperta la porta, mi mise le braccia intorno al collo e iniziò a baciarmi. Il suo corpo era una massa di muscoli solidi. Presi a piene mani le sue chiappe, quelle meravigliose promesse mantenute, una preghiera esaudita.

Fu bellissimo. Pol aveva l’ardore dei vent’anni e una voglia repressa di sentirsi amato e desiderato, di appartenere, di sentire carezze sulla pelle, di essere l’oggetto di attenzioni e di liberare l’energia cosmica imprigionata dentro a se stesso. Aveva bisogno di godere, di provare che tutti quei sogni fatti ad occhi aperti, respirando il profumo del mare della sua piccola città bretone, si stavano avverando. Aveva necessità di grugnire, ridere, sospirare, sentire il piacere risalire e scaldare il  suo corpo, farsi scappare un peto e mettersi a sorridere al mondo. Con Pol ogni volta era: fare l’amore. 

Non volevo niente da lui, sentivo il dovere di fare da tramite, di dare a qualcuno ciò che gli era stato precluso per troppo tempo. Avevo necessità di aiutare un altro uomo a vedere la  propria vita sotto un altro punto di vista. Può essere estremamente appagante poter far del bene, per quel che ci è dato.

E poi…

Esci dal tuo ufficio, è un giorno come tanti, devi passare a fare un po’ di spesa e in tintoria. Sulla porta del palazzo ti ferma la guardia. E’ un uomo sulla quarantina alto, magro, il viso pallido l’aria un po’ malaticcia e gli occhi cerchiati. Lo guardi meglio, ha le labbra sottili, anzi, praticamente non le ha. I capelli sono corti, sembrano tinti di scuro ma si vede che quello è il loro colore naturale, la fronte è alta. La divisa nera gli calza a pennello anche se lo rende ancor più giallognolo in volto. Lo vedi da mesi alla porta d’ingresso del palazzo, non tutti i giorni, avrà dei turni, pensi. Ha la voce calda e profonda senza nessuna cadenza particolare. Guardi le sue mani e ti aspetteresti le dita di un tabagista, invece no, le mani sono belle e le unghie arrotondate e ben curate. Pensi che potrebbe essere il cattivo in un film che parla di dittatura. Te lo immagini poliziotto sudamericano sadico durante gli estenuanti interrogatori del protagonista che verrà fatalmente ucciso oppure lo immagini crudele militare franchista durante la guerra civil del ’38. Mentre pensi a tutte queste cose insieme, ti senti soggiogato da una forma di attrazione che non ti sai spiegare.

Chiacchierate, vi scambiate banalità commentando che le giornate s’allungano ed è bello uscire alle sei di sera con la luce. Lo guardi nel profondo dei suoi occhi neri e senti i testicoli contrarsi leggermente, darti una piccola scossa, come uno smottamento inguinale.Se lo incontrassi per strada, se lo vedessi in una locale, non sprecheresti neanche uno sguardo, non lo noteresti neanche. Non è il classico bear più o meno muscoloso e barbuto o il cinquantenne brizzolato ben tenuto che tanto ti fanno gola. Non assomiglia neanche a quell’anziano professore di storia dell’arte che ti soggiogò per un intero fine settimana spiegandoti così bene la potenza e la grandiosità di Caravaggio.

Ora sei nel tuo soggiorno. Hai salutato la guardia, non conosci neanche il suo nome, hai proseguito per la tua strada, sei passato dal supermarket e hai ritirato le camice lavate e stirate. Arrivato a casa ti sei scaldato gli avanzi: pollo e peperoni. Hai mangiato avidamente bevendo un buon bicchiere di rosso poi ti sei fatto un decaffeinato con la moka.

Ora sei sul divano, ti rilassi, non accendi la televisione, ascolti i rumori della città che filtrano dalle finestre ed ecco che ripensi a lui. Non aveva la fede al dito, cerchi di ricordare come avesse i denti; rovinati o meno. Torni indietro con la mente e rivedi il suo sorriso e, no, i denti erano di un bianco smagliante.Lo pensi da solo nella guardiola del parcheggio sotterraneo durante il turno di notte e ti immagini lì con lui.

Ti sei seduto sulle sue gambe ed inizi a slacciargli il colletto della camicia e i pantaloni della divisa. E’ praticamente glabro, solo qualche pelo intorno all’ombelico, un accenno di pettorali ed i capezzoli piccoli e scuri . Gli sfili i pantaloni  porta degli slip di filo di scozia azzurri, non pensavi ne esistessero ancora in giro. Il ripieno è più che invitante intuisci che sia barzotto per il momento. Anche le gambe sono toniche, leggermente pelose, indossa calzini lunghi neri, probabilmente fanno parte della divisa. Si leva la giacca, poi la camicia d’ordinanza. E’ leggermente sudato il suo afrore ti dà alla testa. Lui non parla ma tu sai esattamente cosa fare.

E poi… ti metti comodo sul divano, ti slacci i pantaloni ed inizi lentamente a toccarti.